Testi Ritrovati

PARADOSSO I
La povertà è migliore della ricchezza

Per molto tempo ho creduto che tutti potessero confessare volentieri che la povertà sia preferibile senza dubbio alla ricchezza, ma poichè mi sembra di essermi sbagliato e dovunque vedo molti che ne dubitano, sono costretto a scrivere quanto penso su questo argomento, per il  grande amore che ho sempre avuto per la verità.

Quindi invito chi dubita e non sa che gli uomini virtuosi sono stati sempre poveri, a ricordarsi della vita di Valerio Publicola, di Menenio Agrippa, o del giustissimo Aristide i quali, quando morirono, furono seppelliti con denaro pubblico, data la loro povertà. Ricordiamoci anche della vita del Tebano Epaminonda, nelle cui stanze, dopo tante vittorie e tanti bottini, venne trovato soltanto un lungo spiedo. Ricordiamoci di Paolo Emilio, di Attilio Regolo, di Cincinnato, di Curio, di Fabrizio e di tanti altri.

Mi ricordo di aver letto in Q. Curzio che Abdolomino, nominato Re de Fenici, disprezzasse subito quel Regno (sebbene opulento) e per quel disprezzo ottenesse dai saggi una stima maggiore di quanta ne avesse prima. Egli dimostrò di conoscere bene quanti affanni e quante angustie si nascondessero sotto il vano splendore delle ricchezze e quanti beni fossero racchiusi nel seno della povertà. Anche il poeta Anacreonte conobbe bene questa verità. Avendo ricevuto in dono dal tiranno Policrate cinque talenti maggiori, stette due notti senza mai prendere sonno. Infine, per liberarsi dal grande fastidio in cui si ritrovava per il dono ricevuto, li restituì al Tiranno con parole degne d'un animo che poteva fare un rifiuto simile in una condizione così umile.

Certo chiunque è povero in vita nella morte è sempre lieto, e non visse mai nessuno in così grande povertà che, morendo, non avesse il desiderio d'essere ancora più povero. Oh povertà casta e umile, sopra la quale come sopra uno stabile fondamento fu fondata la santa e vera Chiesa di Dio.

Alcuni nobilissimi ingegni scrissero già come la povertà nei secoli passati fosse l’edificatrice di tutte le città, l’inventrice di tutte le buone arti, ed essa sola essere senza difetto, tutta gloriosa e piena d'ogni vera lode; che una stessa povertà fu giusta in Aristide, benigna in Platone, forte in Epaminonda, saggia in Socrate, e faconda in Omero. Ancora, la medesima fu sin dall’inizio la base per la fondazione del grande impero al popolo Romano.

Certamente se mai non ci fossero altri motivi per amarla, si dovrebbe amare e tenerla cara, perché ci insegna a conoscere quali siano i veri e quali i falsi amici. Chiunque non l'ama non è in alcun modo degno d'essere amato e chiunque la teme è come una bestia crudele, tanto da essere temuto e fuggito.

Povertà e Filosofia
Oh, molte volte l'essere modesti, umili, accorti e pieni di provvidenza ci ha convinti e ci ha fatto ottenere quello che la santa Filosofia può ottenere a malapena in molto tempo e con uno studio assiduo.
Nella mia vita ne ho conosciuti mille più furiosi di quanto non lo fu mai Oreste, più superbi di Atamante, più libidinosi di Verre o Clodio, i quali diventati poveri, divennero anche casti, mansueti e benigni, a tal punto che persino la loro ombra sembra che sia diventata affabile e graziosa.
Ora le filosofie morali si possono vantare a loro piacere, ma non ottennero mai un risultato simile (sia detto con buona grazia). Deh come essa ancora fu  sempre buona guardiana, per non far entrare nella nostra casa la pigrizia, la prodigalità, la lussuria, insieme alla gotta ed a molti altri brutti e abominevoli difetti.
Dovunque è presente la povertà, di rado si trova la superbia, l'invidia non è mai presente e le insidie se ne stanno ben lontane.
Così non capisco nè dove prendano lo spunto questi così innamorati delle ricchezze, questi tanto avidi dei danari, che furono sempre la rovina e la distruzione di molti, nè che cosa hanno in comune i nostri animi (che di loro natura sono tutti celesti) con le cose terrene superflue, che tali sono l'argento e l'oro. Io so che tutti quelli che hanno filosofato in modo serio non li annoverarono mai fra i beni.

Infelici, malnate e travagliate ricchezze, poiché siete state acquistate con tanto affanno, siete perdute con lacrime ed amari singhiozzi, siete conservate con angustia e paura.
Scrive Seneca (autore serio e  degno di molta fede) che è grande colui che usa grani di terra come se fossero d'argento, ma molto più grande è chiunque adopera l'argento come se fosse terra. Ma andiamo oltre, vediamo meglio di quale natura siano le tanto amate ricchezze, le quali, se tu le disperdi diminuiscono velocemente e se le conservi e le tieni ben chiuse non ti fanno affatto più ricco, ma ti rendono completamente occupato, in modo che tu non ne sei padrone, ma diventi solo guardiano di esse.

Gesù Cristo (quella sapienza infinita) chiamò con la sua santa bocca beati i poveri, e più di ogni altro abbracciò e favorì la dolce povertà.

Molti sommersero le loro ricchezze, e lo fecero per prudenza, temendo di non essere da quelle sommersi. Molti le disprezzarono, e molti ancora le perseguitarono con odio acerrimo . 

I cavalli

Non potrei veramente descrivere in mille pagine i travagli che arrecano di continuo, gli inviluppi ne' quali duramente spesso costringono: cosicché mi meraviglio molto di chi le cerca con tanta ansietà: e davvero si devono fare? a che cosa giovano? davvero ci possono servire? Se tu le brami per aver tanti Ginetti, corsieri, curtaldi o cavalli turchi: certo che agisci troppo stoltamente, dato che il cavallo è un animalazzo ingordo, mai, né di giorno né di notte satollo, superbo, seminatore di guerra, è tale che ad ogni picciolo inciampo teme e ombreggia, non obbedendo né al freno, né allo sperone, tutto indomito, portandoti in mille pericoli, è anche vero che si lascia tenere da un semplice fanciullo, come un montone, stringere il ventre con poca fascia e mettere i chiodi  nei piedi pazientemente.

O quante incursioni dannose sono state fatte nelle nostre contrade da nazioni barbare, che non sarebbero state fatte se non si fossero mai trovati i cavalli. Ma vuoi vedere come sia cosa cattiva e odiosa al cospetto di Dio nutrire così male bestie? odi quel che ne dice il Profeta: “AB İNCREPATIONE TUA DEUS. DORMITA ERUNT QUI ASCENDERUNT EQUOS” (Salmo 75: Al tuo rimprovero Dio, quelli che erano a cavallo si sono addormentati.) E chiunque non sa, che il riporvi la sua fiducia sia cosa da uomini nemici d'Iddio, oda e ascolti il medesimo Profeta: “HI IN CURRIBUS . ET HI IN EQVIS , NOS AUTEM IN NOMINE DOMINI” (Salmo 20: Alcuni confidano nei carri e altri nei cavalli, ma noi confidiamo nel nome del Signore).
Veramente tutte le volte ch'io vedo alcuni amici dei cavalli più che del dovere, così penso subito tra me stesso e dico: tra l'amante e la cosa amata è necessario che ci sia qualche somiglianza, altrimenti non si creerebbe mai un amore così ardente.
Poiché dunque costoro ne sono tanto vaghi, poiché se ne rendono completamente schiavi, dato che altro non desiderano e per averne inviano ora nel Reame di Napoli, ora in Turchia  e ora in Spagna, certamente devono avere anch'essi qualcosa del cavallo, o devono partecipare in qualche modo a quella natura bestiale.

Non voglio ora raccontare tutti gli incomodi che essi portano, nelle nostre case come nei viaggi, dove se trottano ti rompono le reni, se vanno all'ambio troppo spesso inciampano. Inoltre (così come riferisce Absirto con altri scrittori dell'arte veterinaria) sono soggetti a tutte le infermità alle quali sono soggetti gli uomini. Tralascio di dire il resto dei fastidi che danno, per non passare da un Paradosso all'altro. Vi può bastare che non sono da desiderare i beni di fortuna per accomodarsi, anzi per meglio dire, per incomodarsi di queste cose. Ma dunque perché si desiderano tanto?

Le pietre preziose
Si desidera forse possedere Diamanti, Rubini, Topazi, Smeraldi e altre simili gioie? Se per questo si desiderano, davvero si agisce in modo troppo vano: non vediamo infatti che il pregio di quelle consiste o nell'appetito degli uomini ricchi e pazzi o nella parola de bugiardi mercanti? Non vediamo altresì che il loro prezzo o la reputazione è, più di ogni altra cosa, soggetta all'incertezza e alla varietà? 
L’Agata, che ora viene considerata di pregio cosi basso, fu in grandissima stima, Pirro ne ebbe una che considerò meravigliosamente cara. Lo Zaffiro, perché imita il colore celeste, ebbe grande reputazione presso gli antichi, ora quasi si vilipende e si considera una cosa di poco valore. Il Diamante si apprezzava poco, ora è ritenuto graditissimo. il Topazio era considerato caro dalle donne, ora (non so per quale motivo) lo stimano così poco. Lo Smeraldo ebbe una  dignità suprema, al presente se ne sta dimenticato, e sembra che si dolga della sua sorte cambiata. 
Ma vediamo un po’ più diligentemente di quale giovamento e valore siano le gioie, quando il meraviglioso Carbonchio del Re Giovanni non poté impedire che egli (malgrado suo) capitasse nelle mani dei nemici e morisse loro prigioniero. Ma forse tu desideri danari per avere le tue case ornate da vari e bei drappi, per addobbarti con vesti ricamate e preziose, ma sei ben stolto davvero e accecato, se non t'accorgi che per quelle vivi sempre in continua angustia, dato che devi stare attento che non siano danneggiate dai topi, consumate dai ragni e dissipate dai tarli. Hanno bisogno di essere così spesso piegate, scosse, aperte, sventolate e anche difese dai ladroni.
Oltre ad essere chiaramente una vanità espressa voler coprire i nostri corpi (che non sono altro che puro fango) di bisso, di porpora o di altre preziose coperture.

Il vino
Desidererò allora essere ricco per avere le botti piene di finissimi vini? per imbottare vini Greci, Corsi, Sanseverini, Salerni, Castigliani, Rosati, Amabili, Brianceschi, Trebbiani, Vernacce ed altri tipi, che per non sembrare un Cinciglione, non le voglio nominare tutte. Non che per questo non  debba mai desiderare il vino, che ci è stato dato dagli Dei (come afferma il mio divino Platone ) per fare una dura vendetta contro i mortali, così si vendicò di molti suoi nemici, inducendoli ad inebriarsi e poi finalmente all’uccidersi.

Androcida scrisse ad Alessandro che il vino era il sangue della terra e che evitasse di berlo, ma non sapendosi trattenere, ammazzò il suo caro amico Clito, che considerava un fratello, arse Persepoli, mise in croce il medico e commise crudelmente molti altri crudeli eccessi. Mi ricordo di aver letto che i Cartaginesi lo vietassero ai soldati, ai servi e al magistrato durante l’incarico del reggere la città. Fu chiesto a Leotichida (re di Sparta della dinastia degli Euripontidi dal 491 al 476 a.C.) il motivo per cui i suoi Spartani fossero così moderati nel bere, e questi rispose: tutto ciò si fa  perché gli altri non decidano per loro nelle occorrenze. Cinea, ambasciatore di Pirro, la cui dolcissima parola tanto piacque a tutti e tanto fu utile al suo signore, trovandosi ad Aritia e vedendo la smisurata altezza di quelle viti, disse sorridendo che giustamente la madre pendeva da così alta croce, dato che partoriva un figliuolo così maligno e pestifero com'era il vino.

Gli allevamenti 
Si devono desiderare le ricchezze per avere mandrie di grassi armenti? per possedere cortili pieni di polli, per nutrire colombi, tortorelle, ovvero per pascere il bel pavone?
Non credo, perché  sarebbe una evidente sciocchezza: gli armenti sono forse un cosa diversa dall’esca per i lupi e rapina dei propri guardiani? E il rallegrarsi di queste cose non si può davvero dire che sia una allegrezza bestiale ? essendo causata dalle bestie? Cosi anche non conosco essere altro i polli che preda delle volpi fraudolenti, cibo di ingordi uccellacci, rovina dei cortili e distruzione dei granai. 
Oh quanto è maggiore la loro molestia di quel che si possa immaginare: buono Iddio, per un uovo quanto strepito, quanto gridare si sente, ed è pure una cosa non sol minuta, ma anche di qualità maligna, poiché fresco, come testimonia Galeno e la stessa esperienza, mette sottosopra lo stomaco, e non fresco lo contamina e lo distrugge . Che dirò delle tortore il cui pianto dà così tanta noia a chi l’ascolta e la cui carne a chi ne mangia sveglia l’appetito della concupiscenza? Che dirò ugualmente dei colombi, mai stanchi di beccare, perturbatori della quiete diurna e di quella notturna, contaminatori delle case, in modo che non sono inferiori per la molestia ai pavoni, il cuirauco gridare farebbe spavento anche nell'inferno. Ahi misero pavone, certo chi ti portò da queste nostre parti ebbe molto più riguardo alla sua gola e al suo ventre suo che alle querele dei vicini, alla distruzione dei tetti, e alle rovine dei nostri amenissimi giardini. 


La musica e la caccia
Se dunque le ricchezze non mi servono per le cose sopraddette, a che mi serviranno? in qual cosa io me ne avvantaggerò? Mi potrebbero dire che esse ti serviranno per farti menare vita soave e gioconda, poiché se sarai ricco, non ti mancheranno eccellenti musici che ti dilettino e ti facciano gioire, quando ti ritroverai afflitto e travagliato ed io dico che la musica non mi può dilettare in nessun modo, dato che per la sua natura è tutta rea e malvagia. 
Atanasio, Vescovo di Alessandria, uomo di grande santità e di profondo sapere, alla cui lezione San Girolamo esorta fortissimamente, la scacciò dalla chiesa, perché rendeva troppo molli e inteneriva i nostri animi, disponendoli alle lascivie ed ai vani piaceri, oltre ad aumentare la malinconia (se per avventura siamo prima assaliti da quella).
Aurelio Agostino maestro della Santa Chiesa non l'approvò mai. Gli Egizi la biasimarono non solo come cosa inutile, ma dannosa. Aristotele, che è ancora considerato il maestro di coloro che sanno, la vituperò, dicendo che Giove cantava e suonava la cetra. Filippo biasimò Alessandro, suo figlio, perché gli dava molta da fare e una volta, tra le altre, lo udì dolcemente cantare. 
Qualcuno potrà rendermi bramoso di roba per poi spenderla in uno studio così vano? No, voglia  Iddio che non diventi mai così folle. Che cosa ne debbo fare finalmente? Forse per andare alla caccia ? come fanno i gran principi e tutti quelli che oggidì fanno professione di gentiluomo? No, mai la devo cercare per questo. Ahimè il cacciare è un esercizio per imparare a incrudelire, esercizio veramente da disperati, da frenetici e da pazzi.
I Tebani, uomini crudelissimi, esercitarono la caccia e non si vide mai che fosse esercitata altro che da popoli nemici d'Iddio, come furono gli Idumei, Ismaeliti e Filistei. 
Non si legge ch’alcuno de santi Patriarchi o Profeti fosse mai cacciatore, ma si bene di Esaù, di Nimbrotto, di Caino et altri simili. Né immeritatamente disse Agostino che Esaù per questo era peccatore, perché era cacciatore. Per questo mi meraviglio grandemente di come possa essere che ne sia tanto vago il Re Francesco, uomo di così alto e nobile intelletto. La caccia fu vietata come cosa pestilenziale ai preti nel concilio Milenitano, benché di tal divieto poca stima si faccia, né peraltro i poeti immaginarono Atteone trasformato in cervo che per darci ad intendere che per lo smoderato studio del cacciare consumando le facoltà nostre diventiamo non solo bestie, ma bestie cornute.
Ho conosciuto più d'un paio di femmine, ritenute le più sagge e pudiche che avesse la loro patria, le quali come prima il marito s'era alzato dal letto per far volare alla pianura il suo falcone, ovvero per dar la fuga a qualche timido animaluzzo, per non lasciar raffreddare il luogo del consorte si coricavano subito dopo con i loro amanti, e così mentre il misero marito perseguitava per avventura il cervo, esso in cervo disavvedutamente si convertiva, e mentre esso per i boschi se ne va gridando, altri con suo gran scorno giocava alla muta e faceva la danza trevigiana. Oh, miseri cacciatori a che vi giova il tanto studio della caccia se non a farvi, per la continua conversazione con le selve e con le bestie, diventare selvaggi bestiali, rozzi, et spesso a sfiancarvi il collo in qualche fosso.
Gli storici scrivono che Viriato (quello che occupa per il suo ardire il regno del Portogallo) da pastore diventasse cacciatore, e da cacciatore divenisse solennissimo ladrone. 


L’amore
Orsù dunque poiché non si devono cercare le ricchezze per una simile cosa, chi sarà così fuor di senno che non sarà d’accordo con me che siano almeno utili per farci far comodamente l'amore ed avere copia di donne a trastullo della nostra giovinezza? lo non negherò mai che per tal effetto utilissime non siano avendone tante volte veduto chiarissime dimostrazioni, il che dir non posso però senza un estremo mio cordoglio, ciò nasce per un singolare affetto e riverenza che a questo sesso (mosso da non so qual cagione occulta) ho sempre portato e al presente più che mai porto: dirò però arditamente, che neanche per questo le dovremo cercare, perciò che altro non sono gli amori delle vaghe e belle donne che una lusinghevole morte, un dolce veleno, che ci trahe del senno (quantunque ben sensati siano). 
Scrive Oro nel suo libro sulle lettere geroglifiche che quando gli Egizi vogliono rappresentare l'Amore, rappresentano un laccio, e questo credo io perché quasi sempre a miserabile condizione ci conduce. Ahimè che l'amore è una troppo amara passione, che ha l'entrata sua ne cuori nostri prestissima, ma l'uscita tarda, cagione che poi ne naschino copiose lagrime, sospiri cocentissimi, angoscie e travagli insopportabili: né per altro Alcesimarco Plautino (vedi la Cistellaria), volle ch'egli fosse il primo che trovasse appresso gli uomini l'arte del manigoldo, se non che poiché viviamo per lui gelosi, per lui crudelmente siamo cruciati, presenti siamo absenti e absenti per lui siamo presenti 
Fu già ritrovato un Eunuco che si trastullava al meglio che poteva con l'amata del Re di Babilonia di cui, il misero, era molto prima che il Re, si fortemente invaghito che ne menava smania, il Re volto ad Apollonio Tianeo che era tenuto da ciascuno un fondo di sapienza: gli dimandò che pena se gli dovesse per questo suo temerario ardimento, non altro disse Appollonio salvo ch'egli viva, del che fortemente meravigliandosi, soggiunse, non dubitare signor mio, ch'amor (s'egli persevererà in cosi folle pensiero) non gli faccia sentir acerbissimi martiri: sarà come una nave da contrari venti combattuta, volerà il meschino al fuoco ed ai propri danni, come semplice farfalla: arderà e sarà in ghiaccio vorrà e non vorrà in un tratto, e ugualmente avrà in odio e morte e vita, né certo si abbagliava punto.
Fu amore quello che trasse dal senno il saggio Salomone e lo fece prevaricare la santa legge; indusse ancora Aristone Efesino figliuolo di Demostrato a giacersi con un asina e generarne una figliuola che fu poi per nome detta Onofeli: questo ancora persuase Tullio stesso all'innamorarsi di una cavalla e da quella generarne una bellissima figlia, la qual chiamosi Epona, il medesimo sospinse Cratis pastore Sibaritano ad accendersi d'una capra, mosse Fedra e Gidica moglie di Cominio all'amor de figliastri, Bibli ad amare il fratello, Pasife a congiungersi col toro, altri infiniti inconvenienti causò l'amore, per cagione del quale desideriamo noi danari, stolti, stolti, che siamo.


Conclusioni

Non sono neanche da cercare le ricchezze per possedere dilettevoli giardini da chiarissime fontane e giocondissimi alberi circondati, perciocchè tali luoghi ci fanno spesso marcire nell'ozio e nelle lascivie, tirandoci al peccare per segretissime vie, e che ciò sia vero, veggasi che quando M. Tullio volle descrivere le sporcizie ed i libidinosi fatti di G. Verre, dipinse primieramente tutte le amenità dei luoghi ove solito era di conversare, quasi ch'elle fossero state ministre de suoi falli. 
Le ricchezze furono sempre giudicate di sì mala qualità ch'altri spine, altri fiamme, le dissero e sempre fecero gli uomini insolenti, arroganti, bizzarri, avari, dispettosi, bestiali, negligenti, disdegnosi, folli, ritrosi, lascivi, e odiosi, ne alcuno ritrovossi mai che dubitasse ch'elle non fossero perpetuo alimento di pessime operazioni.
G. Plinio nella sua Storia Naturale scrisse che noi siamo oppressi e profondamente attratti dai tesori che la natura ci nascose per il nostro bene. Zenone afferma che  siano nocivi piuttosto che di giovamento. E non eviterò di raccontare che Crates Tebano, andando ad Atene darsi alla filosofia, gettò in mare quanto aveva d'oro e d'argento, pensando di non poter possedere insieme la virtù e le ricchezze. 
La medesima cosa affermarono Bione, Platone, e altri saggi filosofi, ma a che serve citare ancora testimoni? Quando la santissima bocca di Gesù disse che entrerebbe più facilmente nella cruna d'un ago una fune di nave (traduzione più corretta del “cammello” oggi in uso. NdT) che il ricco nel regno dei cieli, esortandoci a distribuire senza preoccupazione i nostri beni ai bisognosi.
Alcuni (veramente ingegnosi) finsero che, essendo Giove invaghito delle rare bellezze di Danae, egli si convertisse in una pioggia d'oro e cosi possedesse la desiderata preda, per dimostrarci che l'oro, più d'ogn'altra cosa, è idoneo ad espugnare la pudicizia delle innocenti verginelle.  Ma è abituato soltanto a gettare a terra l'onestà delle donne, ma è anche motivo di tradimenti, omicidi e altre efferatezze.
Credo che Possidonio dicesse che la ricchezza era madre d'infiniti mali, il che non si può mai dire della nostra beata e dolce povertà della quale Seneca, parlandone diffusamente, scrisse che l'ignudo era sicuro dai ladroni per lei e  il povero ritrovava pace nei luoghi assediati. Sarà dunque senza dubbio miglior la franca povertà, che le serve ricchezze, poiché infiniti beni opera e niuno maleficio partorisce giammai.

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